Quaderno 6. 2021

Quaderni dei Giullari – Quaderno n. 6 – Giugno 2021
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Dante chi?

Paola Capitani

Quali colombe dal disio chiamate 
con l’ali alzate e ferme al dolce nido 
vegnon per l’aere dal voler portate; 
      cotali uscir de la schiera ov’è Dido, 
a noi venendo per l’aere maligno, 
sì forte fu l’affettuoso grido. 
      «O animal grazioso e benigno 
che visitando vai per l’aere perso 
noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 
      se fosse amico il re de l’universo, 
noi pregheremmo lui de la tua pace, 
poi c’hai pietà del nostro mal perverso. 
      Di quel che udire e che parlar vi piace, 
noi udiremo e parleremo a voi, 
mentre che ’l vento, come fa, ci tace. 
      Siede la terra dove nata fui 
su la marina dove ’l Po discende 
per aver pace co’ seguaci sui. 
      Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende 
prese costui de la bella persona 
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende. 
      Amor, ch’a nullo amato amar perdona, 
mi prese del costui piacer sì forte, 
che, come vedi, ancor non m’abbandona. 
      Amor condusse noi ad una morte: 
Caina attende chi a vita ci spense». 
Queste parole da lor ci fuor porte. 
      Quand’io intesi quell’anime offense, 
china’ il viso e tanto il tenni basso, 
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?». 
      Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, 
quanti dolci pensier, quanto disio 
menò costoro al doloroso passo!». 
      Poi mi rivolsi a loro e parla’ io, 
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri 
a lagrimar mi fanno tristo e pio. 
      Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, 
a che e come concedette Amore 
che conosceste i dubbiosi disiri?». 
      E quella a me: «Nessun maggior dolore 
che ricordarsi del tempo felice 
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore. 
      Ma s’a conoscer la prima radice 
del nostro amor tu hai cotanto affetto, 
dirò come colui che piange e dice. 
      Noi leggiavamo un giorno per diletto 
di Lancialotto come amor lo strinse; 
soli eravamo e sanza alcun sospetto. 
       Per più fiate li occhi ci sospinse 
quella lettura, e scolorocci il viso; 
ma solo un punto fu quel che ci vinse. 
       Quando leggemmo il disiato riso 
esser basciato da cotanto amante, 
questi, che mai da me non fia diviso, 
      la bocca mi basciò tutto tremante. 
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: 
quel giorno più non vi leggemmo avante». 

INDICE

  • Massimo Cianfano – Scrivere di Dante Alighieri
  • Anonimo – Dante chi?
  • Antonia Ida Fontana – Dante e la gola. Prelibatezze trecentesche
  • Mirco Manuguerra – Attualità di Dante nei 700 anni della Divina Commedia
  • Adriana Angellieri – Viaggio a Castiglione Fiorentino
  • Giulia Magistro – Larmes d’or
  • Vittorio Vettori – poesia tratta da Terradiluna

Poesie e aforismi

  • Paola Capitani- Pianta delicata
  • Khalil Gibran
  • Lara Swan
  • J. Brel
  • Carl Gustav Jung
  • Ganhi
  • Anonimo
  • Patrizia Valduga

Massimo Cianfano

Scrivere di Dante Alighieri, per me è, come disse Lui stesso, nel canto introduttivo alla Commedia: mi fa tremar le vene e i polsi”.”.

Qualora ci sarà qualcuno a leggermi, innanzi tutto, voglia scusare la mia presunzione.

Non saprei da dove iniziare, tanto sono grandi e immensi e magistrali le sue produzioni letterarie, i suoi insegnamenti, la sua moralità, non arretrata nemmeno di un millimetro; potremmo definirlo un poeta-giudice dell’eternità. Colui che ha generato nuovi vocaboli, anche l’uso di registri a volte alti e sublimi, altre volte, bassi o medi, anche usando termini oltraggiosi e finanche scurrili.

Ma è proprio nel suo plurilinguismo che risiede la sua forza poetica; egli è solo in vita e solo sarà nella morte. Il suo impegno politico e civile lo renderà un esule, per sempre randagio, non entrerà mai più nella sua amata Firenze. Sarà solo. Presterà i suoi servigi presso corti e signori d’Italia, e in cambio avrà ospitalità.

E’ forte la predizione del suo avo Cacciaguida, quando nel XVII canto del paradiso farà una triste rivelazione: Tu proverai come sa di sale lo pane altrui e come è duro calle lo scendere e l salir per laltrui scale”.

Nello scorcio di un lustro dei primi anni del 300 è in giro un po’ per tutta l’Italia: In Lunigiana, nel Casentino e Verona e ancora forse lo si pensa pur anche in Sardegna ma questa è solo un’ipotesi. Di tutto quello che ha scritto non abbiamo assolutamente nessun autografo a differenza di altri grandi della letteratura: Petrarca e Boccaccio, tanto per citare i suoi “eredi” e forse per questo motivo e non solo che cadrà su Francesco Petrarca la scelta dello stile linguistico da adottare poi nel 500 un fautore sarà Pietro Bembo, letterato e filologo. Sicuramente Petrarca è la svolta, esprime un registro linguistico alto, contrapposto allo sperimentalismo dantesco, una mia cattiveria? Perdonatemela: un mio… ma che dico…no!… ma no! solo un cattivo pensiero: Non sarà mica che la scelta del cardinal Pietro Bembo sia stata dettata, oltre che dallo stile limpido e perfetto del Petrarca dal fatto che Dante fosse inviso al potere ecclesiastico? Sappiamo come ha trattato i papi vedi Celestino V e Bonifacio VIII; tutti all’inferno. Ma che dico! no! Certamente no! Sta, di fatto, però che la scelta cadde sul chierico Francesco Petrarca e non sul ribelle Dante Alighieri il cui stile e, i suoi scritti con Lui, furono poi dimenticati per alcuni secoli.

Colpisce, nel confronto tra i due grandissimi poeti il concetto di donna: mentre per Dante la suaBeatrice, “tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quandella altrui saluta chogne lingua deven tremando muta, e li occhi no lardiscon di guardareè la donna spirituale, angelica, celestiale, e musa ispiratrice della sua poesia e del suo andare nella vita. E come era solito fare ai tempi dellamor cortese, anche nel secondo incontro che ebbe con Lei all’eta di 18 anni, Dante non manifestò il suo amore il suo desiderio. Invece per Petrarca Laura, la sua Laura, rappresenta la donna carnale è l’amore fisico: chiare, fresche e dolci acque, ove le belle membra pose colei che solo a me par donna;

Dante incontra Beatrice a soli nove anni poi esattamente nove anni dopo, e questo sarà l’ultimo incontro poiché Beatrice muore a soli 24 anni, probabilmente di parto. Questo causerà a Dante un tracollo psicologico, sarà per Lui una tragedia. Cercherà di dimenticare impegnandosi in studi filosofici. E’ curioso notare la coincidenza del numero 3 incontra Beatrice la prima volta a 9 anni; e sappiamo che tale numero è multiplo di tre; ancora dopo altri 9 anni il secondo incontro ed entrambi hanno 18 anni Beatrice di anni ne ha 21 quando andrà sposa a Simone de Bardi, e anche 18 e 21 sono multipli di tre; 3 sono le cantiche della

Commedia, 33 sono i canti tranne il primo che ne ha 34, ma il primo rappresenta l’introduzione al poema. Comunque, per Lui, rimarrà la sua donna celestiale. La incontrerà solo quando sarà costretto a lasciare Virgilio (anche la presenza del poeta dellEneide, è per volontà di Beatrice lei chiede lintercessione della vergine affinché il Poeta possa superare le difficoltà. Virgilio si presenta a Lui nel canto introduttivo; quando Dante è scoraggiato, impaurito di fronte a Lui ci sono la lonza, la lupa e il leone. Il poema dantesco è, per antonomasia un poema allegorico e i tre animali allegoricamente rappresentano altrettanti vizi capitali (lussuria, avaria, superbia) e gli impediscono landare gli impediscono di salire il monte che sta dritto davanti il suo sguardo, gli impediscono dintraprendere il cammino verso la meta finale; allora… ecco il miracolo! quando vidi costui in quel gran diserto; abbi pietà di me gridai chiunque tu sia od ombra od omo certo”) Virgilio sarà aiuto fondamentale nell’affrontare e nel superare il percorso che lo porterà, appunto, nell’empireo ad incontrare Beatrice. E poi che la sua mano alla mia puose con lieto volto, ondio mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose”.

Lei sarà con Dante fino alla fine della sua grande fatica letteraria, spirituale, morale e civile. E’ fantastico, prodigioso vedere nella Commedia e in quello che ci racconta, la capacità di renderla vera, e vero è l’incontro con i personaggi. Questa è la grande invenzione che compie Dante Alighieri; non una finzione, ma una realtà; far parlare i suoi interlocutori e con loro discute il perché o il come siano finiti costì. A loro come si direbbe in termini cavallereschi da quartiere e, in alcuni casi, li giustifica. In un qualche modo. Esempio ne è la sua benevolenza nei confronti di Paolo e Francesca, in un canto di una liricità unica, bello come il sorgere del sole in una dolce giornata di autunno, quali colombe dal disio chiamate con lali alzate e ferme al dolce nido e ancora “Quando sentii quelle anime offense chinail viso e tanto l tenni basso o addirittura salverà dalle pene del purgatorio Catone l’Uticense, morto suicida, messo a guardia del purgatorio ma, alla fine, Dante lascia intendere che la sua anima sarà salvata.

Potremmo parlare del castigo che infligge a Ulisse e alla sua superbia facendolo naufragare e morire per aver pensato di sfidare Dio, nel passare le colonne d’ercole. e ancora re Minosse, e farinata degli Uberti, il conte Ugolino e ancora potremmo stare qui giorni senza mai trovare la fine della discussione su Dante.

E’ stato il padre fondatore della nostra letteratura; e fin qui ciò detto sono banalità ma, voglio sempre ricordarlo, più che ad altri, a me stesso e, credo, nel contempo, la sua lingua: il volgare abbia svolto un compito sociale: ha raggiunto i ceti più bassi e meno colti, si è fatto comprendere dal popolo, così come, sant’Agostino stigmatizzò i latinisti con la famosa proposizione melius est reprehendant nos grammatici quam non intelligant populi”.

Mi piacque una frase detta da Benedetto Croce sui poeti: I poeti non vengono da altri poeti ma dalla madre terra, cioè dalla vita che li esprime dopo aver riassorbito in sé tante cose e anche i poeti precedenti”.

Dante non è solo il poeta della Commedia: i suoi scritti sono molti e toccano svariati temi: dal trattato tutto politico di De Monarchia al laboratorio sperimentale Fiore detto damore,il prosimetro la vita nuova, il trattato linguistico De vulgari eloquentia il titolo è un ossimoro, ma in Dante non c’è contraddizione, altre opere in latino le Epistole”, ancora scritti a titolo personale o per mecenati del momento. E poi il Convivio trattato sulle scienze speculative, le “rime le quali racchiudono un lunghissimo periodo della vita di Dante; direi tutta la sua vita poetica.

Dante chi?

Anonimo

Il mio primo pensiero per il settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri è una riflessione agro-dolce sul tempo che passa. Ero in IV Ginnasio nell’anno in cui si celebrava il settecentesimo anniversario della nascita di Dante Alighieri; è vero che il Sommo Poeta non è vissuto molto, ma sono sempre cose che fanno pensare…

Ma che si può scrivere su Dante ? O meglio, quale segmento della sua immensa opera è il caso di mettere in luce, trascurando gli infiniti altri segmenti ?

Scelgo l’ultima stanza della Canzone “Donne ch’avete intelleto d’amore” dalla Vita Nova.

Canzone, io so che tu girai parlando

a donne assai, quand’io t’avrò avanzata.

Or t’ammonisco, perch’io t’ho allevata

per figliuola d’Amor giovane e piana,

che là ’ve giugni tu diche pregando:

«Insegnatemi gir, ch’io son mandata

a quella di cui laude so’ adornata».

E se non vuoli andar sì come vana,

non restare ove sia gente villana:

ingegnati, se puoi, d’esser palese

solo con donne o con omo cortese,

che ti merranno là per via tostana.

Tu troverai Amor con esso lei;

raccomandami a lui come tu dei.

E non voglio scrivere dello stil novo, della donna angelicata, persino del cor gentile o dell'”omo cortese”; perché nel tempo mi pare di aver individuato in questa “stanza” nientemeno che l’espressione puntuale del valore e dell’essenza stessa della poesia in quanto tale. Dovrei ritenere, se non altro per deferenza, che questo “retrogusto” fosse ben avvertito dall’autore Dante, pur allora giovane e immerso nell’entusiasmo del novo stile poetico. Se anche così non fosse sarebbe solo un’altra conferma di quella che ormai è una mia ferma convinzione: tutto quello che ognuno di noi vede in un’ opera di poesia (in senso lato) c’è; e ci sarebbe persino se l’autore ne fosse inconsapevole o addirittura negasse tale presenza.

La poesia non è più dell’autore, quando è pubblicata, ma se ne va (è inviata, meglio, è “avanzata”, come dice Dante) in giro a incontrare (cercare di incontrare) la vita della gente, senza limiti di spazio e di tempo. Della gente disposta ad essere cercata, è chiaro.

Il poeta lo sa che il rischio che questo incontro non ci sia è reale e che la poesia possa quindi avvizzire inascoltata; quello che trovo straordinario in questi versi è la consapevolezza del ruolo che hanno i lettori di poesia, tanto in definitiva da diventarne in qualche modo coautori (“insegnatemi a gir..”, “che ti merranno là per via tostana..”). Che bisogno ci sarebbe, fuor di metafora, dei lettori (“cortesi”), se davvero la poesia fosse destinata ad una e una sola donna? Basterebbe un biglietto, oggi un whatsapp, magari.

Perché la poesia dovrebbe invece girare pericolosamente fra la gente per farsi indicare la strada? Perché la strada la conoscono il lettori/coautori, ognuno ritrovandosi in un’immagine, talvolta in una singola parola, ognuno nutrendola col proprio vissuto, le proprie sofferenze, i propri progetti e sogni; tutti insieme danno alla poesia quel valore universale che il poeta stesso non poteva darle, perché titolare comunque di una vita, non di tutte le vite.

Lui può metterci se stesso, può “allevarla …giovane e piana”, in quel dolce stile che persegue; sa che qualcuno l’ accoglierà e la farà andare avanti; ma ha bisogno di molti di noi per farne un messaggio davvero universale, potente e ineludibile. Di noi, che non siamo necessariamente (anzi lo siamo molto raramente) poeti, pittori, musicisti, ma che siamo “le gambe” dell’arte”. Noi, donne dotate di “intelletto d’amore”, noi uomini “cortesi”, noi che non accettiamo il destino di “homo oeconomicus” e che leggiamo, ascoltiamo e guardiamo “per sapere di non essere soli”.

Tutto ciò leggo ora io in questi versi giovanili e baldanzosi; e, ripeto, in poesia tutto quello che ci troviamo c’è davvero, che il poeta lo sapesse o no.

E voglio chiudere citando “Canzone” di Lucio Dalla….che non dubito aver preso ispirazione da Dante

….

Canzone trovala se puoi

dille che l’amo e se lo vuoi

va’ per le strade tra la gente

diglielo veramente

non può restare indifferente

e se rimane indifferente

non è lei.

Niente stil nuovo, niente donna angelicata qui, nel nostro tempo; ma c’è sempre la poesia che gira fra la gente cercando l’amata/amore; con alla fine quella straordinaria conferma della necessità della predisposizione gentile al rapporto sentimentale, senza la quale il vero amore molto difficilmente può radicarsi. E questo è espresso nel modo più netto e irrevocabile: se lei rimane  indifferente “non è lei”, semplicemente; e bisogna cercare ancora.

DANTE E LA GOLA Prelibatezze trecentesche di Antonia Ida Fontana

Se gustando un cioccolatino o godendo una buona cena diciamo di commettere un “peccato di gola“ non pensiamo certo all’Inferno ma piuttosto al colesterolo o alla bilancia.

La nostra società, che, a differenza di quanto accadeva ancora nell’800, non conosce la fame, ha smesso di apprezzare il bello grasso ed ammira anzi la snellezza, che nulla ha a che vedere con la macilenza di un tempo, dovuta a carestie e fatica, i problemi attuali sono semmai la bulimia o l’anoressia.

La dottrina della Chiesa invece pone la gola fra i 7 peccati capitali, come studiavamo a Catechismo, poiché è appetito disordinato di cibo e bevande, una degenerazione dell’istitnto: ciò che dovrebbe essere mezzo di sussistenza diviene fine e provoca gravi disordini, rendendo i peccatori egoisti e indifferenti alla propria dignità e al rispetto degli altri, in particolare dei poveri.

Nel Medio Evo miniaturisti, pittori e letterati, quali Giacomino da Verona o Bonvesin de la Riva, avevano illustrato le pene infernali, che erano solitamente corporali, cioè non troppo distanti da quelle che Dante descrive nell’Inferno, soprattutto nelle Malebolge, i canti più improntati ad un realismo anche comico.

L’Alighieri colloca i golosi ( Canto VI) nel terzo cerchio, appena sotto a quello dei lussuriosi, indicando quindi (con qualche nostro stupore) che il peccato è più grave e li descrive tormentati, per contrappasso, da una pioggia eterna, fosca e greve, da grandine grossa e neve. Gli agenti atmosferici danno origine sul suolo ad una fanghiglia maleodorante dove i dannati si rotolano, girandosi ora su un fianco ora sull’altro, tanto che il Poeta stesso dice che forse altre pene sono più gravi ma nessuna tanto spiacevole.

Custode è Cerbero, il cane che sorvegliava gli Inferi nel mondo classico, ma qui raffigurazione della ghiottoneria, il quale con tre gole caninamente latra e con le “unghiate mani/graffia li spiriti, iscoia ed isquartra“.

Un dannato rivolge la parola al Pellegrino e si fa riconoscere come Ciacco (soprannome, che può significare porco) di lui poco sappiamo ma Boccaccio gli dedicò una novella (IX, 8), nella quale narra che si faceva spesso invitare a cena, specie se la sperava succulenta, e racconta la dura vendetta che si prese della burla che gli aveva fatto Biondello. Con Dante parla (come accade nel canto VI di ciascuna delle tre cantiche) di politica e individua le cause delle lotte fratricide di Firenze, facendo anche profezie di non lungo periodo.

Ancora più evidente è il contrappasso nel Purgatorio (canti XXIII-XXIV), dove nella VI Cornice le anime dei golosi, ridotti a pelle e ossa e con il viso che mostra la scritta OMO, sono tormentate da fame e sete continua, stimolata dal profumo di dolci frutti che pendono da due alberi posti all’ingresso e all’uscita della Cornice e da una fonte d’acqua zampillante.

Ma di quali cibi erano stati golosi i peccatori? Ciacco dice soltanto di essere “punito per la dannosa colpa della gola“ ma in Purgatorio conosciamo cosa sta espiando il papa Martino IV: “L’anguille di Bolsena e la vernaccia“, il Commnetatore Jacopo della Lana sostiene che le anguille venivano affogate nel vino e poi arrostite e viene tramandato un epitaffio burlesco nel quale le anguille si rallegrano della morte del Papa, che le faceva spellare come se fossero colpevoli di morte.

Mentre di un altro penitente, Marchese degli Argogliosi, sappiamo che purga lo smodato uso di vino, non conosciamo, in questi Canti dell’amicizia, cosa ha condotto in Purgatorio Forese Donati, che il Poeta intende riabilitare dalle accuse scagliategli nella famosa tenzone.

Le pitture ed i monumenti a Dante ce lo mostrano solitamente o pensoso, (del suo Poema, di Firenze?) o corrucciato (per l’esilio, per i mali dell’Italia?) ma in gioventù Dante, precocemente orfano e con una buona rendita, si mescolò con i giovani patrizi, condividendone le sregolatezze che lo porteranno poi nella Selva oscura.

Appartiene a quel periodo la tenzone con Forese: 6 sonetti, tre di ciascuno, nei quali i due amici si insultano nel più arguto e volgare stile goliardico e da uno dei sonetti apprendiamo che Forese si è gravemente indebitato a causa dei petti delle starne e della lonza.eNgughbjon possiamo dimenticoDau

L’alimentazione medievale prevedeva soprattutto per le classi meno agiate molta verdura ed erbe, cereali e legumi (non erano ancora arrivati dalle Americhe cacao, pomodori e patate) mentre carne e pesce costituivano leccornie che troviamo celebrate anche in poesia (pensiamo a Folgore da San Gimignano) e in quel Fiore rifacimento del Roman de la rose, che la critica recente tende a riconoscere come opera giovanile di Dante, dove il personaggio di Falsembiante dice di amare:

Grosse lamprede, o ver di gran salmoni

Aporti, o lucci, sanza far sentore,

la buona anguilla non è già pegiore,

Alose o tinche o buoni storioni,

torte battute o tartere o fiadoni:

queste son cose d’acquistar mi’amore,

o se mi manda ancor grossi cavretti

o gran cappon di muda ben nodriti

o paperi novelli o coniglietti

Per saperne di più sulle prelibatezze ai tempi di Dante possiamo rivolgerci a tre ricettari trecenteschi toscani anonimi, (non erano opere letterarie ma semplici strumenti di lavoro) e apprendiamo la grande varietà di animali che venivano portati in tavola, si parla di innumerevoli specie di pesci e molluschi, in gran parte d’acqua dolce ( il trasporto del pescato dal mare non sarebbe stato semplice). Apprezzati, abbiamo visto, anguille, lamprede e storioni, possibilmente di grandi dimensioni, come appaiono anche nella novella già ricordata del Boccaccio su Ciacco ed a questo proposito possiamo ricordare un aneddoto, certamente falso, riferito a Dante: ospite del doge, vedendosi offrire pesci piccoli mentre alle altre tavole erano belli grassi, ne porta uno all’orecchio, spiegando che gli chiede notizie del padre morto in mare ma il pesce lo invita a porre la stessa domanda a pesci più vecchi (e grandi ) di lui.

Le carni, solitamente di cacciagione, paiono a noi in gran parte inusuali: se è possibile ancora vedersi servire ghiri in Trentino o in Slovenia, credo che pavoni, gru e fenicotteri non compaiano più sulle nostre tavole.

Certamente curiose sono le preparazioni: il cibo è talvolta cucinato 2 volte, dapprima fritto o bollito, viene poi ancora cotto con l’aggiunta di uova, formaggio e naturalmente tante spezie, che erano necessarie anche per nascondere il sapore della carne troppo frollata ma erano un vero lusso, se pensiamo al lungo e rischioso viaggio che compivano per arrivare sulle tavole più ricche. Nella Divina Commedia è ricordato Niccolò dei Salimbeni (Inferno XXIX), che introdusse nella brigata spendereccia di Siena l’uso del garofano ma non per condire le vivande, qualche commentatore sostiene che con i chiodi di garofano facesse la brace sulla quale cuocere fagiani e pernici.

Noi non gradiremmo neppure alcune preparazioni agrodolci, umidi di carne con zucchero, frutta secca, agresto, né salse complesse a base di aglio, cipolle, frutta, mosto e sempre tante spezie e certamente il medico ci ha vietato di friggere nel lardo.

Dante tuttavia viene spesso descritto di gusti semplici, come fa supporre il famoso aneddoto sulla sua straordinaria memoria: un giorno il Poeta era nella zona del Duomo, noi diciamo al Sasso a cui dà il nome, ed uno sconosciuto gli chiese quale ritenesse il miglior cibo:“ l’uovo“ fu la pronta risposta, dopo un anno lo stesso cittadino gli chiese all’improvviso “con che?“ e Dante senza scomporsi: “col sale“ . Le ricette dell’epoca però prevedono uova condite con spezie e zafferano o preparate dentro a un grande raviolo con formaggio, zucchero e spezie e poi fritte o bollite.

Un altro aneddoto (ne sono debitrice al Papini, che li raccoglie nella sua Leggenda di Dante) vede il Poeta oggetto di una burla alla corte di Cangrande della Scala: l’etichetta prevedeva di gettare gli ossi sotto la tavola ed i commensali, dopo averli gettato tutti davanti a Dante, iniziarono a rampognarlo per la grande quantità di carne che aveva mangiato. Ma l’Alighieri ritorse il rimprovero dicendo che lui aveva lasciato gli ossi perché non era cane.

L’episodio ci porta così a riflettere sull’esilio e sulle condizioni dei letterati nelle diverse corti italiane: arrecavano prestigio al signore, scrivevano lettere diplomatiche, andavano in ambascerie ma di fatto non erano considerati molto meglio dei buffoni e forse anche peggio se stiamo alla frase mordace del giullare che faceva notare a Dante d’aver ricevuto panni migliori dei suoi. Al che il Poeta gli rispose che accadeva perché il buffone trovava più facilmente padroni simili a lui. Quanto questa condizione dovesse pesare a Dante è ben rappresentato dal poeta comico-realista Cecco Angiolieri, anch’egli esule, nel famoso sonetto, forse parte di una tenzone, della quale non ci sono giunte le risposte di Dante:

Dante Alighier, s’i’ so bon begolardo,
tu mi tien’ bene la lancia a le reni,
s’eo desno con altrui, e tu vi ceni;
s’eo mordo ’l grasso, tu ne sugi ’l lardo;

s’eo cimo ’l panno, e tu vi freghi ’l cardo:
s’eo so discorso, e tu poco raffreni;
s’eo gentileggio, e tu misser t’avveni;
s’eo so fatto romano, e tu lombardo.

Cecco condivide la condizione di esiliato che fa diventare i due Poeti fanfaroni, li costringe a mendicare un pasto (l’Alighieri si era descritto privo di cavallo e di armi) e ad inventarsi una nobiltà che Dante, finchè era vissuto a Firenze, come esponente della parte popolare, aveva sempre ignorato. Ma in esilio sente l’esigenza di esaltare la sua famiglia (Paradiso, XV-XVII) facendo dichiarare dal trisavolo Cacciaguida di essere stato investito cavaliere dallo stesso Imperatore Corrado (rimane poco chiaro se II o III).

Cacciaguida ci riporta al cibo, anzi al principe dei cibi, profetizzando al pronipote che apprenderà “quanto sa di sale lo pane altrui“ e non possiamo non chiederci se esso paresse ancora più salato a chi era abituato al pane sciapo di Firenze e se proprio questa caratteristica abbia ispirato la metafora per sottolineare l’amarezza dell’esilio.

Perché parlare di cibo in questo VII Centenario della morte di Dante: non, come ironizzava il Giusti, per volerne contare anche i peli della barba, solo per dimostrare una volta di più che la Divina Commedia è opera così grande che nessun fenomeno umano ne sfugge.

Attualità di Dante nei 700 anni della Divina Commedia

Mirco Manuguerra

Centro Lunigianese di Studi Danteschi

Chiamato a dare un mio contributo per “I Giullari” in fregio a Dante 700, la prima cosa che tengo ad affermare è la vera natura letteraria della Divina Commedia: con il suo capolavoro immortale Dante ha inteso precisamente donare alla cultura occidentale il poema che mancava alla Cristianità. Osservando, infatti, che le altre due radici identitarie – la greca e la romana – i loro capolavori li avevano prodotti, eccome (come noto, la prima i poemi omerici e l’altra l’Eneide virgiliana), Dante si avvide del fatto che il Cristianesimo, in 1300 anni, non aveva invece offerto alcunché di equivalente. È ben vero che il Cristianesimo ha da sempre il Vangelo, mentre i poemi classici sono fondamento di essi stessi, ma il Vangelo è un testo di natura teologica, mentre un Poema della Cristianità non è la stessa cosa. Occorre considerare con attenzione che per Dante la Poesia è un valore sommo, capace cioè di contenere in sé ogni altra valenza salvifica: al pari della preghiera per i teologi, la Poesia, per l’Alighieri, è un potentissimo mezzo di elevazione, per cui egli si prodigò affinché la plurimillenaria tradizione evangelica si fregiasse di un’opera che non solo ne cantasse, ma anche ne sancisse il primato assoluto. Con il suo impegno, dunque, Dante, mantenendo quanto di buono era stato fissato dagli antichi sistemi greco e romano (anticipando in ciò l’intero movimento umanista), ha inteso stabilire i termini di una cultura sapienziale sviluppata su di una morale ed un’etica che non esita a dichiarare superiori a qualsiasi altro sistema di pensiero, classico o contemporaneo che fosse. In pratica, il Vangelo e la Divina Commedia – entrambi capolavori della Cristianità – sono due autentici Big-bang nella Storia, con la sola differenza che mentre il Cristo trattando dell’Uomo urla il divino, Dante trattando delle cose divine, urla l’umanità.

La seconda cosa che mi preme di stabilire è che su questa summa impressionante, frutto di un sincretismo che definire geniale è quasi riduttivo, si è subito edificata la Modernità. Pare indubbio, in effetti, che l’Evo Moderno abbia trovato inizio proprio quando sulla scena della Storia ha fatto la sua comparsa clamorosa nientemeno che la Divina Commedia. L’efficacia dell’opera dantesca è stata praticamente immediata e la sua diffusione fissa il momento esatto in cui si chiudono le porte del medioevo e si spalancano quelle della Modernità. In altre parole, con la Commedia pubblicata – esattamente 700 anni fa – il mondo non fu più lo stesso. Non è quindi il 1492, anno della scoperta delle Americhe, a segnare la nuova epoca: si tratta solo di una data convenzionale, in verità assai tarda. La datazione va antergata al 1300, la data ideale dell’uscita del Dante-personaggio dalla selva oscura. Non è un caso che, ai primi del Cinquecento, Raffaello Sanzio inserisca nei celeberrimi affreschi della Stanza della Segnatura «tanto così detto “medioevo” […] in tanto Rinascimento» (Aldo Agazzi) ponendo l’Alighieri in una posizione assolutamente centrale: i Rinascimentali (pure lo stesso Michelangelo), ma ancor prima di loro tutti gli Umanisti (Boccaccio, lo stesso Petrarca che scrive I Trionfi in terzine dantesche, ma pure tutti i neoplatonici dei circoli fiorentino e urbinate) riconoscono in Dante il loro unico punto di riferimento costante.

Un’ultima cosa, se avete pazienza. Giusto a proposito della datazione dell’uscita dalla selva oscura, sappiamo che il poema è il racconto di un viaggio attraverso l’Aldilà che si svolge nell’arco di sette giorni, esattamente quanti furono quelli che, per tradizione biblica, sancirono la Creazione del Mondo e sappiamo pure che la Pasqua nel 1300, anno di ambientazione del poema, cadde al 10 di aprile. Ora, se facciamo uscire Dante dalla “selva oscura” – come si sente dire spesso – alla data del 25 marzo (inizio dell’anno nuovo in Firenze secondo il computo ab incarnazione Domini), la Pasqua, in quello che abbiamo detto essere il “Poema della Cristianità”, viene a mancare del tutto: dal 25 marzo al 10 di aprile, infatti, corrono ben più di 7 giorni. Se rivolgiamo, invece, le nostre attenzioni all’8 di aprile, Venerdì Santo – l’altra data proposta in tutti i commenti in circolazione – la Pasqua la si festeggia sì, ma in Inferno, il che, in verità, è addirittura peggio.

Allora, siccome il punto d’Ariete, cioè l’equinozio di primavera, è bene indicato da Dante già nel proemio, il punto cruciale per la determinazione della Pasqua non può che essere l’annuncio del plenilunio che Dante fa, puntualmente, in Inf., XX, 127: «e già iernotte fu la Luna tonda». Si dà il caso, però, che il fenomeno astronomico in quel mese di aprile del 1300 cadde con precisione al giorno 5, ma dal 5 al 10 corrono 6 giorni, non 7. Quest’ultima impasse si risolve brillantemente analizzando con attenzione il termine «tondo» alla voce in Enciclopedia Dantesca, che in Dante vuol dire sempre e soltanto “approssimativamente circolare”, non “circolare” o “sferico”; tondo, per intenderci, è un arancio, non una biglia, non una sfera, e dunque tondi non sono né il Sole né la Luna quando la vediamo piena. Ciò significa che il plenilunio era ormai prossimo, ma non si era ancora verificato al momento dell’uscita di Dante dalla «selva oscura», la quale fuga avvenne dunque il giorno prima, il 4, di modo che al settimo giorno, il 10, SS. Pasqua, con la visio Dei posta al termine del poema, si ha il Trionfo dell’Uomo nel giorno dell’anniversario del Trionfo di Dio, e allora tutto torna. In pratica, la conclusione della Divina Commedia vede le campane della Pasqua di tutto il mondo prodursi a mezzogiorno nel più maestoso dei saluti a Dante, il Campione dellUmanità, colui che con la sola forza della Poesia ha compiuto il viaggio più grande della Storia.

Che il Veltro sia sempre con noi.

Viaggio a Castiglione Fiorentino

Adriana Angellieri

Amo viaggiare, ma quando vivi la tua vita , ti fai trascinare dagli eventi e anestetizzare dalla routine, e allora progetto un viaggio e poi rimando. Sembra che nella vita di tutti i giorni sia impossibile prendere un attimo per pensare o anche solo dire, basta mi devo fermare e staccarmi da tutto. Viaggiare mi dà questa possibilità.

Soprattutto nei lunghi viaggi in treno o in bus, mi siedo, osservo fuori dal finestrino e mi ritrovo improvvisamente senza nulla da fare. Penso inizialmente che mi annoierò, ma poi un groviglio di pensieri si scioglie e inizio a godermi il lento scorrere del tempo.

Ho accettato l’invito di una cara amica, Paola, e sono partita alla volta di Castiglione dei Pepoli, un borgo adagiato alle falde del monte Gatta nell’appennino bolognese, ai confini con la Toscana. Dopo un volo per Bologna, prendo il treno per San Benedetto val di Sambro, alla stazione devo aspettare un bus che mi porti a Castiglione . Il COVID non permette che nelle piccole stazioni ci siano aperti bar ne’ sale d’aspetto, un inizio poco piacevole, c’è freddo; pazientemente aspetto, arriva il pulman, non ho il biglietto ne’ l’autista lo può fare, salgo lo stesso e per la prima volta nella mia vita, viaggio gratis.

Finalmente arrivo nella piccola piazza, centro vitale del paese, li trovo l’appartamento al terzo piano, senza ascensore, ma la fatica viene compensata dalla vista; dal balcone si domina la piazza con i quattro bar nei quattro canti, la torre dell’orologio, la torretta, ultimo baluardo difensivo della strategia dei nobili feudali , il palazzo del comune, oltre le case le verdi colline che circondano la valle e di fronte la sede del giornale locale”La Voce” diretto da Andrea Donati che in seguito avrò l’onore di conoscere. Persona piena di iniziative e di entusiasmo.

Paola, amante della socialità, organizzatrice di eventi, di incontri progetta visite : vedere i cavalli arabi, il lago Brasimone ma non avendo un mezzo di trasporto rimangono progetti , al lago però riusciremo ad andare e trascorrere una piacevole gita accompagnati da Daniel, una persona gentilissima e particolare. Un olandese capelli lunghi, biondi, abbigliamento casual, grande bevitore di birra, vegetariano, solitario.

Boschi di faggi e di castagni, colline verdi circondano il paese

Paola ha organizzato un convegno il cui titolo era solitudine e tenerezza, dovevano esserci numerosi partecipanti ma alla fine ci siamo ritrovati un gruppo di amici,ognuno ha dato il suo valido contributo. Il prof. Mingarelli ci ha intrattenuto con l’elogio della mela rosa romana, presente nell’appennino bolognese e gli studi che sta facendo sulle sue qualità e le sue origini,occasione per una breve lezione di storia Per finire ha recitato egregiamente un canto della Divina Commedia. Andrea Donati, Vincenzo Speghini, farmacista in San Benedetto, profondo conoscitore di piante aromatiche e delle loro qualità,infatti ha creato un’industria cosmetica. Ognuno ha narrato la sua storia e le sue esperienze, persone che non potrò dimenticare.

Ho incontrato anche una poetessa e scrittrice boliviana, Ruth Cardenas Vettori, ci siamo incontrate alla fermata del bus, e insieme abbiamo percorso un viaggio di 2 ore. Abbastanza per poterla conoscere e apprezzare. Paola me l’aveva descritta e l’ho subito riconosciuta, una esile figura, una bella donna con un grande cappello, sotto il quale sbucava una lunghissima coda di capelli nerissimi. Mi ha parlato del suo paese, della sua difficile infanzia di bambina rifiutata perchè nata fuori dal matrimonio,della caparbietà e determinazione con cui è riuscita a superare tutti gli ostacoli, lavorando e studiando, dell’incontro col marito, con semplicità, incantandomi con la sua voce dolcissima e mi è rimasta impressa una frase dettale dalla sua levatrice quando era una ragazzina e che dice di ripetere in ogni occasione: “Devi imparare a perdere senza perderti”.

Il mio viaggio è continuato alla Pieve del Picchio, un agriturismo immerso nel verde delle colline, lungo il percorso della Via degli dei, che molti percorrono. Luogo sereno e accogliente che la gentilezza e la simpatia dei gestori Vincenzo e Monia , persone fantastiche, rende ancora più piacevole. Trascorriamo due giorni godendo della tranquillità e dell’ottima colazione con le torte preparate da Monia, vere specialità.

Il mio viaggio, prima della partenza, si conclude a Firenze con la visita a un luogo incantato e unico, in un antico palazzo rinascimentale si trova “AquaFlor”,laboratorio artigianale di profumi fatti a mano e confezionati ad uno ad uno dai maestri profumieri. Le sale del palazzo, tra candele profumate, saponi, fragranze e i pezzi di antiquariato che arredano gli ambienti, creano un intreccio di suggestioni incredibili e ti trasportano in un mondo magico sospeso tra passato e presente luogo da cui non vorresti allontanarti e speri di ritornare. Un’esperienza che fin dai primi passi , nelle mattonelle di cotto, sotto gli ariosi soffitti a botte, ti fa sentire accolto in un universo speciale, dove ogni stanza, ogni oggetto, ogni minimo dettaglio parla di una memoria misteriosa giunta fino a noi.

Larmes d’or

Giulia Magistro

Erroneamente molti hanno attribuito a Gustav Klimt questo dipinto, in realtà è della pittrice contemporanea Anne Marie Zilberman, per via dell’uso dell’oro di Bisanzio molto utilizzato dall’artista viennese.

In realtà le tecniche utilizzate sono molto diverse.

Chi è la donna dipinta? Un indizio è data dalla lacrima d’orata. E’ Freya, la più potente dea dell’Aesir. In molti casi una figura contraddittoria, essendo lei la dea della fertilità, dell’amore, del desiderio, ma anche delle arti magiche, divinatorie, della guerra e della morte.

La dea eta la moglie di Odur, che spesso la lasciava per partire, e la consorte ogni volta che si allontanava il suo amore piangesse lacrime d’oro che tingevano l’alba di colori.

Anne Marie Zilberman, quindi, ritrae la divinità mentre si abbandona a questo pianto dorato

Grazie a una sbagliata attribuzione, l’opera dell’artista francese ha potuto conoscere la popolarità che meritava, giungendo persino a ispirare una poesia scritta da Annalisa La Porta, intitolata proprio Larmes d’or:

Lo scrittore, filosofo e dantista Vittorio Vettori (1920-2004) già fondatore della Lectura Dantis Internazionale e autore di una sterminata biblioteca, nonché Ambasciatore del Magistero Dantesco nel mondo, inseguì per la sua intera vita il cammino di Dante, rinnovando ad ogni suo genetliaco, la propria identità letterario- esistenziale di cittadino militante della Vita Nuova; come possiamo leggere in questa illuminante poesia scritta per il suo 48mo compleanno, tratta dal libro “Terradiluna” (1970) e gentilmente concessa dalla moglie, la scrittrice poetessa Ruth Cárdenas Vettori.

COMPLEANNO

Vittorio Vettori

Si parlava di Dante per le via assolate

salendo verso la cima, deve più s’addensa l’antica storia cittadina

e d’onde più

largamente spazia la veduta.

“Vapori accesi non vid’io si tosto
di prima notte mai fender sereno
né sol calando nuvole d’agosto”. Rileggo Dante festeggiando i miei quarantott’anni, e intanto in un baleno li vedo anch’essi corsi come accesi vapori nella notte e come vaghe

sole calando nuvole d’agosto. Rileggo Dante: e il senso della vita che mi spinge ritrovo in quel ‘si tosto‘ come in quel lampo vivido di sole colorante di sé l’estiva sera
e in quelle nubi, naviganti in cielo sorelle nubi, nuvole d’agosto,
sole calando, conservate un’eco
del mio passaggio che alla notte vola. Ardori e fughe da voi appresi: e resto a voi, fino al mio esito, fedele.

Una levata di cappello involontaria

Rise Emilio, perché nella funesta

casa dei folli un dì con esso entrando,

confuso allo spettacol miserando,

scoprii la testa.

Oh! s’ei dovesse a chi non ha cervello

passar dinanzi dei villani al modo,

tener potrebbe in capo con un chiodo

fisso il cappello.

Onorar la sventura è mio costume,

e senza farisaica vernice

nei casi meditar dell’infelice

la man di un nume.

Accanto a illustre mentecatto, avvezzo

al salutar d’un popolo di schiavi,

accanto ai pazzi che la fan da savi

passo e disprezzo.

Pianta delicata – Paola Capitani

Ho bisogno di acqua, giusta

Di luce, moderata

Di serenita’, in abbondanza

Di calore umano e spontaneo

Di affetto tenero

Di premure e attenzioni

Ma tremo per l”arida indifferenza e la sopraffazione.

Khalil Gibran

Se ami una persona, lasciala andare, perché se ritorna, è sempre stata tua. E se non ritorna, non lo è mai stata

Lara Swan

Una delle cose piu belle è una persona che sappia ascoltare le tue parole, interpretare i tuoi silenzi e amarti per quello che sei

Nessuno(quasi)oggi ascolta .

Tutti urlano il proprio dolore per mancanza d’ amore? O per non amare?

J. Brel

Vi auguro sogni a non finire e la voglia furiosa di realizzarne alcuni.

Vi auguro di amare ciò che si deve amare e di dimenticare ciò che si deve dimenticare.

Vi auguro passioni, vi auguro silenzi.

vi auguro il canto degli uccelli al risveglio e le risate dei bambini.

Vi auguro di rispettare le differenze degli altri, perché il merito e il valore di ognuno spesso è nascosto.

Vi auguro di resistere alla stagnazione, all’indifferenza, alle virtù negative della nostra epoca.

Vi auguro, infine, di non rinunciare mai alla ricerca, all’avventura, alla vita, all’amore, perché la vita è una magnifica avventura e nessuno dovrebbe rinunciarvi, senza combattere una dura battaglia.

Vi auguro soprattutto di essere voi stessi, fieri di esserlo e felici, perché la felicità è il nostro vero destino.

Carl Gustav Jung

Pensare è molto difficile.

Per questo la maggior parte

della gente giudica.

La riflessione richiede tempo,

perciò chi riflette già per questo

non ha modo di esprimere continuamente giudizi.

Gandhi

Mantieni i tuoi pensieri positivi,

perché i tuoi pensieri diventano

parole. Mantieni le tue parole

positive, perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti.

Mantieni i tuoi comportamenti

positivi, perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini.

Mantieni le tue abitudini positive,

perché le tue abitudini diventano i tuoi valori.

Mantieni i tuoi valori

positivi, perché i tuoi valori diventano il tuo destino”

Anonimo

Ho sempre pensato

che le belle persone

non siano ne’ facili, ne’ scontate.

Le belle persone non sono

nemmeno per tutti,

perché non si fanno

attraversare da tutti

e nemmeno tutti

sono in grado di farlo.

Le immagino come una rosa.

Non le puoi raggiungere

sentendo solo il profumo

o ammirandone i colori.

Non le conosceresti mai a fondo.

Le belle persone hanno spesso

passati ingombranti,

la pelle graffiata.

Per arrivare al cuore

devi passare dalle spine.

Patrizia Valduga

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…

comprimi discioglimi tormentami…

infiammami programmami rinnovami.

Accelera… rallenta… disorientami.

Cuocimi bollimi addentami… covami.

Poi fondimi e confondimi… spaventami…

nuocimi, perdimi e trovami, giovami.

Scovami… ardimi bruciami arroventami.

Stringimi e allentami, calami e aumentami.

Domami, sgmominami poi sgomentami…

dissociami divorami… comprovami.

Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra… riprovami.

Incoronami. Eternami. Inargentami.

Link utili dei Giullari di GIUGNO

Chioggia – Domus Clugiae info@domuscluguae.it

Firenze – hotel firenze. Firenzealbergo@tiscali.it

Milano Clubhotel booking@clubhotelmilano.com

Padova – Hotel Eden info@hoteledenpadova.it

Palermo – Hotel Joli – info@hoteljoli.com

Perugia – Hotel Europa info@hoteleuropapg.com

Tuscania – Casa per Ferie convento San Francesco – c.ferie@tin.it

Ustica (PA) casa per vacanze – info@hotelclelia.it

Venezia foresteria Valdese http://ww2.bibliotecaitaliana.it/xtf/view?docId=bibit000226/bibit000226.xml&chunk.id=d3526e5320&toc.depth=100&toc.id=&brand=newlook

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